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Da Lacedonia a Monteverde
Lasciandosi alle spalle l'artistica Croce fatta erigere dal vescovo lacedoniese Marco Pedoca, percorrendo la statale 303, si raggiunge il bivio che immette nella provinciale per Monteverde, che attraversa vaste aree coltivate a cereali. Si osservano spesso nibbi reali, poiane e gheppi alla ricerca di prede.
A metà percorso, svoltando sulla sinistra, si può raggiungere il Bosco di Serrone, esteso su una superficie di circa 100 ettari. Eantico bosco è stato prima intensamente sfruttato per l'allevamento di bovini allo stato brado, successivamente in gran parte ridotto a coltivo cerealicolo. Attualmente sopravvivono pochi lembi di querceto misto nelle zone più scoscese esposte a settentrione, e macchie folte e tondeggianti di lentisco che contendono lo strato alto-erbaceo ed arbustivo ad asfodeli ("porrazz"), asparagi selvatici e cappellini. Si nota anche la presenza di terebinto, corniolo, olmo e pero selvatico. Nel Bosco di Serrone vivono alcuni esemplari di gatto selvatico, qualche testuggine terrestre, cinghiali e Mustelidi. Listrice, un Roditore quasi completamente scomparso dalla Campania, è ancora presente nel Bosco Serrone e nel Bosco di Castiglione. Nel 1993 è stato catturato un esemplare e nel 1997 sono stati raccolti diversi aculei, a testimonianza della sua attuale presenza.
Quando, durante l'inverno, nevica sulle montagne circostanti, il bosco dà ospitalità a tutti i migratori della zona: numerosissimi giungono tordi, merli, le rare cesene, colombacci e beccacce in cerca di terreni liberi per il pascolo. Nelle estati torride il bellissimo gruccione volteggia sulle stoppie assolate in cerca di Insetti, mentre la ghiandaia marina salta da una zolla all'altra nei campi arati. Procedendo verso Monteverde lungo la Valle dell'Ofanto, il paesaggio è caratterizzato da terreni sabbiosi. Le sabbie del Pliocene medio sono di colore giallo, friabili, con piccoli ciottoli, oppure con noduli di colore grigio fortemente cementati da infiltrazioni calcaree. La matrice sabbiosa è di tipo quarzifero-feldspatico, con microfossili a Foraminiferi e Radiolari. È su questa formazione che ha inciso più profondamente l'azione erosiva delle acque dei torrenti, producendo degli autentici "mini-canyons", quali la "Ripa del bosco" alla base del Monte Origlia e le dirimpettaie "Coste di San Biagio".
Le incisioni più profonde del suolo delle colline circostanti portano a nudo le formazioni trasgressive del primo Pliocene con piccoli strati sabbiosi inglobanti fustelli di lignite o scisti carboniosi con fauna fossile a Molluschi Lamellibranchi e le sabbie quarzose coerenti dette "dell'Osento", coeve di quelle "dell'Ofanto". Esse sovrastano e ricoprono i conglomerati "delle Serre", giacenti in discordanza stratigrafica, sulle argille del tardo Miocene. Le sabbie in parola, sono ben visibili lungo tutta la Valle dell'Osento, fino alla sua confluenza nell'Ofanto; si spingono, inoltre, senza soluzione di continuità, nella valle del fiume a costituire il terreno agrario nelle contrade di Serrone e Buglia. I1 conglomerato "delle Serre" è una formazione abbastanza coesa da cemento calcareo, con ciottoli poligenici, spesso basici, ben arrotondati, con dimensioni che lasciano pensare ad un viaggio non lungo. Compare spesso la stratificazione incrociata con resti di fauna fossile di acqua dolce e flora terrigena (fustelli di lignite) che si mescola con quella più comune a Lamellibranchi, Gasteropodi ed Echinodermi. 1 suddetti conglomerati compaiono nel territorio di Lacedonia ma diventano sempre più comuni procedendo verso sud. Spesso appare evidente la loro sovrapposizione alle argille variegate del Miocene, responsabili delle vistose frane, in continuo moto sul versante meridionale delle "Serre" di Lacedonia, e del trascinamento a valle dell'abitato di Bisaccia Vecchia.
Tra la località Siricciardi e il bosco omonimo, si attraversa una zona di notevole interesse archeologico, che i locali chiamano la "chiana de `Ile cicinelle", cioè la piana delle anforette. La contrada Foresta, antica sede di una rigogliosa fustaia di cerri, è stata di recente rimboschita a conifere con notevole successo. Qui, lungo 1'Ofanto, si ritrova la rara Euphorbia phymatosperma cernua.
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Labitato medievale di Monteverde è caratterizzato dall'imponente castello con quattro torri cilindriche, che ha subito gravi danni dal terremoto dell'Ottanta ma è in ristrutturazione. Le vecchie case sono costruite con un'arenaria locale silicea, il piròmaco, usata anche come pietra per affilare utensili. I giganteschi depositi silicei che si estendono oltre 1'Ofanto, sono attualmente sfruttati per la produzione, fuori zona, di vetro pregiato. Da Monteverde è possibile deviare nella valle del Torrente Osento situata tra Monteverde e Aquilonia. Questo fiumicello che nasce sotto Lacedonia, ha una portata invernale di acqua tale che l'Ente di bonifica ed irrigazione della Lucania, Puglia e Campania ha costruito un invaso artificiale denominato Lago di San Pietro o di Aquilaverde, cioè di Aquilonia-Monteverde, ricco di alborelle meridionali, rovelle, carassi, carpe, anguille e persici trota, frequentato da numerosi pescatori sportivi. È un luogo di pace e di rara bellezza per la corona verdissima delle pinete circostanti ed è una zona umida interessata dal passo della fauna migratoria.
Sempre sulla stessa strada, rientrando verso Lacedonia, si incontra il Santuario della Madonna delle Grazie, costruito nel 1851 per dare sistemazione alle statue lignee scolpite dai vaccari di Montella, venuti a svernare con le mandrie negli allora estesi boschi demaniali di Curci e Trezzetto.
Dopo il paese di Monteverde, scendendo verso la stazione, sul versante orientale dell'Osento, tra questo e 1'Ofanto, si trova il Bosco di Pietra Palomba, esteso ed uniforme, che probabilmente nei secoli scorsi si congiungeva col Bosco di Ruvo, così come questo si univa al Bosco delle Rose in un'unica enorme foresta mesofila ininterrotta, paradiso un tempo di caprioli, cinghiali, lepri, Uccelli e Rettili. Il bosco prende il nome dall'arenaria silicea che i locali chiamano pietra palomba. È localizzato sul versante settentrionale dell'Ofanto e possiede pendii molto scoscesi e panoramici, con picchi inaccessibili su cui nidificano il nibbio bruno, la poiana e altri rapaci. Questo bosco di roverelle e cerri, demanio del Comune di Aquilonia, è discretamente conservato anche perché gestito con corretti criteri silvicolturali.
Il vicino Bosco del Monte, impiantato sul blocco sabbioso compreso fra 1'Osento e il Santa Zita, presenta una particolare associazione tra betulla e nocciolo. Procedendo al suo interno, verso nord, si riscontrano addensamenti di Carpinus orientalis con sottobosco di Arundo spp. e Cornus sanguinea. Dopo un costone a ginestre odorose, si rinviene il castagno associato al carpino. Sul pianoro sommitale il castagno si associa alla quercia, mentre il suolo si ricopre in estate di felci aquiline.
In questo tratto 1'Ofanto apre il suo corso in una estesa fiumara, formando acquitrini, ampie spianate di acqua bassa, piccoli pantani e ghiaieti, frammisti a boschetti di salici e pioppi; le sponde sono ricoperte da boschi ripariali a galleria. Il fiume conserva molti tratti di naturalità come le tracce della lontra, i numerosi stormi di uccelli limicoli in transito durante i periodi di migrazioni; spesso vi fanno capolino i gabbiani.
Lungo le ampie sponde del fiume si possono osservare rarissimi esemplari di testuggine terrestre, la famosa tartaruga gialla e nera (Testudo hermccnni). Questa, pur essendo in numero ridotto, testimonia della sua scarsa antropizzazione e del clima mite della zona. Nel fiume si rinviene una discreta varietà di pesci: il più abbondante è senz'altro il cavedano in quanto 1'Ofanto è un tipico fiume adriatico da cavedani, ma vi sono anche barbi, rovelle, anguille e una specie endemica di alborella, Alburnus albidus, che vive solo in alcuni fiumi campani e lucani.
Ancora oggi i vecchi pescatori, camminando di notte lungo 1'Ofanto e i suoi affluenti con una potente lampada, catturano le rane che vengono cucinate in vari modi. Se si rovista con le mani sotto la melma dei pantani è facile imbattersi in un grosso Mollusco Bivalve simile ad una cozza, detto proprio cozza di fiume (Unio elongatus) che filtra come un mitile, depurando quindi il fiume da tutte le sostanze organiche in sospensione, di cui si nutre. Anche se Unio è un Mollusco edule bisogna evitare di cibarsi di quelli dell'Ofanto perché sono a rischio di estinzione ed inoltre risultano indigesti e talvolta tossici, in quanto filtrano le sostanze nocive immesse nel fiume.
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