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Da Calitri alla stazione di Monteverde
Ritornando alla superstrada ofantina, si raggiunge la cittadina di Calitri adagiata su di un colle tra 1'Ofanto e il Torrente Cortino.
Labitato conserva la caratteristica pianta triangolare, con centro storico medievale caratterizzato da viuzze e scalette. Vicino al paese sgorgano una sorgente solforosa e una clorurato sodica, entrambe fredde. Dall'ofantina, guardando Calitri, è ancora possibile osservare i segni lasciati sul versante dalla grande frana che si riattivò successivamente al terremoto del novembre 1980 e che si spinse sino al Fiume Ofanto deviandone leggermente il corso. Ad ovest di Calitri sorgono le colline di Serra San Felice (710 m) e Serra Gagliano (709 m), da cui spaziando con lo sguardo a 360 gradi si gode la vista a sud ovest dei Monti Picentini fino al Cervialto, ad ovest del Partenio, ad est del Vulture e, nei giorni particolarmente tersi, della Piana di Manfredonia.
Proseguendo verso oriente, sul versante meridionale della Valle dell'Ofanto si estende il vasto Bosco delle Rose. Attuamente esso è delimitato da un quadrilatero, di circa 10 chilometri quadrati, formato da quattro strade: 1'ofantina a nord, la provinciale per Sant'Andrea e Pescopagano ad ovest lungo la sponda destra del Torrente Ficocchia, la stradina intercomunale PescopaganoRapone a sud e la via che congiunge Rapone con 1'ofantina ad est, lungo il corso del Torrente Aliento, che nasce sotto l'abitato di Ruvo e si getta nell'Ofanto. Il nome del bosco deriva dalla rosa selvatica o canina che qui cresce in abbondanza tra i cerri. D'inverno con la polpa dei rossi cinorrodi i locali preparano marmellate dal gusto delicato e ricche di vitamina C. Il Bosco delle Rose è situato sul versante esposto a nord, per cui trattiene maggiormente l'umidità: questo fattore permette al bosco di prosperare nel migliore dei modi; il versante opposto, cioè il Formicoso, si presenta invece più secco e quindi meno lussureggiante. Il bosco è fitto e impenetrabile n'ella sua parte bassa, mentre nelle vicinanze di Pescopagano il sottobosco si dirada, consentendo lo sviluppo di cerri di alto fusto. In questo bosco mesofilo, ricco di insetti e anellidi, sverna la beccaccia proveniente dalle gelide steppe siberiane; mentre un contingente resta in loco, un altro continua la migrazione verso l'Africa. Le beccacce di giorno si nascondono nel fitto del bosco per difendersi dai rapaci e all'imbrunire si spostano nelle radure umide, nei coltivi e lungo le sponde dell'Ofanto alla ricerca di insetti, lumachine e Anellidi, che succhiano dal terreno con il lungo becco dotato di sensibilità tattile e olfattoria. Le mandrie dei bovini al pascolo favoriscono l'alimentazione delle beccacce con i loro escrementi che costituiscono terreno di coltura per larve di insetti e vermi. I vecchi cacciatori infatti affermano che "o vosco vaccinato", cioè il bosco che ospita vacche è un sicuro rifugio di beccacce, la cui presenza è testimoniata dai numerosi fori presenti sulle feci disseccate delle mucche.
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È interessante notare come il clima in questi boschi della Valle dell'Ofanto risulti più mite e asciutto di quello dell'Avellinese, in quanto non nevica quasi mai e le perturbazioni atlantiche vi arri vano dopo aver attraversato i Monti Picentini, tanto che alcuni allevatori riescono a far svernare in loco i buoi e le greggi.
La via Appia, al tempo dei Romani, tagliava l'Alta Irpinia tra sconfinate cerrete e boschi misti, con possenti ponti sul Fiume Ofanto, gonfio di acque limpide. Ne è esempio il ponte romano sull'Ofanto, sito nei pressi della stazione di Monteverde e detto anche Ponte Annibale o "Ponte r' Pietro dr'uogF, così denominato da un intraprendente "Pietro" che lo attraversava di continuo per commerciare il pregevole olio del Vulture con le popolazioni irpine. Nei secoli successivi i boschi sono stati sacrificati per far posto a pascoli e colture cerealicole: molte specie di animali selvatici una volta presenti con abbondanti popolazioni sono ora scomparse o rarefatte.
Negli anni Cinquanta, l'oca granaiola (Anser fabalis) invadeva i seminativi del vicino Tavoliere della Capitanata in stormi sterminati per riversarsi, a sera, nei corsi d'acqua pedemontani dell'Alta Irpinia o negli acquitrini ("le marane"). La loro massiccia presenza, fino agli anni Sessanta era stata tale che i proprietari del latifondo pugliese, per evitare i danni arrecati ai campi di frumento o di fave, assumevano personale specializzato ("li paparal") per scacciare le anatre. L'antropizzazione della Capitanata correlata alla riforma agraria e il frazionamento del, latifondo in poderi ha determinato la rarefazione delle popolazioni migratrici adriatiche. I lunghi triangoli, preceduti dal caratteristico e chiassoso "gro...gro" avvertono del passaggio delle gru nella bruma tardoautunnale. Gli stormi di gru che svernavano nel Tavoliere spesso compivano brevi migrazioni nelle contrade montuose dell'Alta Irpinia. I loro spostamenti, legati all'andamento meteorologico servivano a prevedere il tempo, come recita il noto proverbio: "groi' a la montagna piglia la zappa e và guaragna, groi' a la marin' appicc' lu fuoc' e stan' vicino" (quando le gru vanno verso i monti il tempo sarà bello e si potrà andare al lavoro dei campi, se vanno verso il mare resta in casa e riscaldati al focolare perché sarà maltempo). Con le migrazioni autunno invernali arrivano anche le pavoncelle, l'airone cenerino ed il chiurlo. In primavera si vedono volteggiare nel cielo terso il nibbio bruno e la poiana, mentre il gheppio esplora il suolo planando nell'aria. Di sicuro interesse naturalistico sono i Piciformi, i Corvidi con la cornacchia grigia, la gazza, la ghiandaia, e molti piccoli Passeriformi tra cui la calandra, il passero, lo strillozzo, chiamato in loco "cicerone", in relazione onomatopeica col canto.
Proseguendo verso la Stazione di Monteverde, si osserva un altra cerreta ben conservata e poco antropizzata, il Bosco di Ruvo del Monte, detto anche Bosco dei Sette Colli. Situato sullo stesso versante settentrionale, ma a destra del Torrente Aliento, questo splendido bosco mesofilo copre le due pendici del Toppo Pescione (806 m) e digrada sul versante della Fiumara di Atella, continuando nel Bosco di Bucito. Frammisti alla cerreta si aprono pascoli delimitati da ginestre, prugnoli e rose canine, dove pasturano cinghiali, lepri e beccacce. Nibbi reali e poiane si librano in aria, ghiandaie e fringuelli passano da una frasca all'altra. Il bosco è costituito da terreni alluvionali con ciottoli che raggiungono persino la dimensione di 50 cm, frammisti ad argille, a testimonianza di bibliche alluvioni dell'Ofanto avvenute decine di migliaia di anni or sono. Mentre il Bosco delle Rose è in lieve declivio e quindi più fitto e impenetrabile, il Bosco di Ruvo è più ripido e talvolta scosceso, mettendo a nudo in alcuni tratti le alluvioni; i cerri sono quindi più radi.
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