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Bosco di Castiglione
L'itinerario da percorrere suscita interessi che vanno oltre quello naturalistico: si attraversano infatti luoghi di antichissimi insediamenti ove le vicende umane hanno avuto spesso grandissima risonanza. Qualche cenno, quindi, di diverso ordine può non tradire i fini strettamente naturalistici del lavoro.
Dallo scalo di Monteverde, risalendo 1'ofantina per qualche chilometro, si può imboccare la strada provinciale che conduce all'abitato di Aquilonia. La via, alquanto tortuosa, porta in una decina di chilometri, dai 300 m del luogo di partenza ai 900 della destinazione. Occorre procedere lentamente: sin dai primi tornanti si possono ammirare a sinistra i boschi di Castiglione e di Pesco di Rago e quello di Sassano sulla destra. I due boschi di sinistra sono separati dal corso del Torrente Pesco di Rago, tributario dell'Ofanto.
Il Bosco di Castiglione, sito nel Comune di Calitri, occupa il versante occidentale del torrente ove si estende per 500 ettari: il Bosco di Pesco di Rago lo fronteggia ad oriente. Poggiano su terreni quasi esclusivamente argillosi sotto al quale affiora qualche tratto calcareo più antico e qualche relitto della formazione gessososolfifera del Miocene, ricca degli scisti bituminosi di Pesco di Rago. Questi, individuati dai mandriani del luogo come 'r' pret' Cappiccn", cioè le pietre che bruciano, furono oggetto negli anni Trenta di attente quanto infruttuose ricerche petrolifere.
Floristicamente essi fanno parte della fascia pedemontana dell'Alta Irpinia nella quale, però, la drastica rarefazione delle specie xerofite avvantaggia lo sviluppo di quelle mesofite. Frequenti le sorgenti, la maggiore delle quali è sita in prossimità del "casone".
Le tenute di Castiglione e di Pesco di Rago, di proprietà dei principi Mirelli di Teora, furono cedute agli inizi del Settecento ai baro ni Zampaglione di Calitri, nobili di origine francese, venuti nel Regno di Napoli a seguito degli Angioini. Gli Zampaglione vi costituirono un'azienda silvo-pastorale e gestirono la fauna selvatica con scopi venatori, costituendo una grande riserva di caccia, estesa per 800 ettari. Questo territorio selvaggio è uno dei pochi della nostra provincia a non essere stato mai sottoposto a lavorazioni agricole sino agli anni Ottanta. I boschi venivano gestiti secondo criteri che potrebbero essere definiti ecologici: era consentito solo il pascolo e la ceduazione nel rispetto dell'ambiente naturale, al fine di non impoverire il patrimonio faunistico.
A1 centro della riserva fu costruito un casone di caccia: un grande salone rettangolare con al centro un lungo tavolo di quercia fiancheggiato dai sedili in legno rivestiti in cuoio, con spalliera chiusa per impedire gli spifferi gelidi provenienti dalla porta chiusa solo per la metà inferiore.
Un camino monumentale riscaldava l'ambiente che comprendeva anche una doppia serie di nicchie dove i cacciatori potevano riposare. 1 baroni invitavano gli amici a caccia nella riserva, pregandoli di attenersi alle rigide regole scritte e affisse sui muri del casone: venivano abbattuti solo i soggetti adulti e per lo più di sesso maschile. A sera i cacciatori cenavano allegramente nel salone e si riposavano sui giacigli spartani.
I proprietari controllavano il numero dei capi abbattuti ed eseguivano attente indagini statistiche sui tassi di natalità di cinghiale e capriolo per monitorarne le popolazioni.
Nonostante il territorio di caccia fosse popolato dal capriolo, presente sino alla prima metà del Novecento, come testimoniano alcune foto di trofei di caccia, da cinghiali, lepri, beccacce e ogni specie di uccelli migratori, al centro del bosco fu istituita nell'Ottocento una zona di riserva integrale, cioè un'oasi di protezione e ripopolamento, dove la caccia era sempre vietata. Circa 10 ettari di bosco furono recintati con rete metallica alta due metri e divisi per la riproduzione di cinghiali e di caprioli, al fine di avere animali acclimatati da immettere nella riserva, qualora si fosse riscontrato un loro depauperamento. Tale moderna gestione era frutto di pianificazione su base scientifica, conseguente ad accurate analisi faunistiche di campo.
La fama della riserva di caccia si sparse in tutto il Regno, tanto che anche il re Ferdinando Il di Borbone vi effettuò numerose battute di caccia; ma il maggior merito per la sua efficienza va a Francesco Zampaglione (1858-1942), appassionato cacciatore, spesso ritratto, insieme ad amici, battitori, cani e trofei.
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Nel periodo natalizio il barone aveva l'abitudine di imbandire un pranzo di gala al Circolo dell'Unione di Napoli, con specialità culinarie a base di selvaggina. Il pranzo divenne un famoso evento mondano che contribuì a pubblicizzare questa tenuta in tutta l'Italia. Francesco Zampaglione ebbe onorificenze dal Ministero dell'agricoltura e foreste e riconoscimenti da organizzazioni nazionali ed internazionali per l'accorta gestione del patrimonio ambientale e la moderna pianificazione faunistica dei boschi di Castiglione e di Pesco di Rago.
Questi boschi di cerri e roverelle, situati a circa 300 m s.l.m. e protetti dai freddi venti settentrionali, producevano enormi quantità di ghiande che nutrivano branchi di cinghiali molto numerosi. II sottobosco e la cotica erbosa, ricchi di essenze vegetali eduli, soddisfacevano le esigenze dei caprioli; le lepri erano abbondanti nelle radure e nei pascoli.
Questi luoghi erano popolati anche da specie divenute rarissime e minacciate come 1'ìstrice (Hystrix cristata) e la testuggine terrestre (Testudo hermanni) a testimonianza dei vantaggi prodotti da un'attenta gestione del territorio.
Il cinghiale frequentava i boschi ripariali dell'Ofanto e si spostava continuamente in quelli della Lucania quando le temperature del fondo valle si elevavano eccessivamente. Lo si osservava attraversare 1'Ofanto in piena, in gruppi disposti in fila indiana, quando sopra Monticchio nevicava; si fermava, di solito, nei boschi di Castiglione, Sassano, Pietra Palomba, Serrone, rarissima la risalita a maggior quota. Era oggetto di caccia periodica, nel periodo natalizio, con epiche battute che ancora oggi si ricordano.
Anche per questa specie, fra gli anni Trenta e Settanta, intervenne una rarefazione. In pratica sopravvisse con pochi esemplari solo nella riserva di Castiglione nella quale, con ogni probabilità, furono introdotti ibridi e sottospecie alloctone vaccinate. Le cause della rarefazione vanno imputate alla pressione armentizia che nei boschi dell'Alta Irpinia aveva alterato profondamente l'habitat: le mucche brade, oltre ad essere peúcolosi competitori alimentari attraverso il prelievo di ghiande e castagne, base alimentare del cinghiale, distruggevano erbe ed arbusti, nella perenne ricerca di foglie e germogli, privando il selvatico dei folti recessi in cui custodire la prole. La peste suina e il mal rossino, trasmessi dai maiali domestici introdotti allo stato brado nei boschi, contribuirono a decimarne le popolazioni.
La prima ricomparsa del cinghiale risale al secondo lustro del Sessanta, e pare sia stato determinato dal taglio della rete di protezione del riservino dei Zampaglione, da parte di alcuni bracconieri, dalla fuga e dal rapido diffondersi di individui resistenti cui si è fatto cenno. Le recenti immissioni di individui alloctoni hanno determinato l'espansione del cinghiale nei boschi resi più folti dalla recessione del pascolo.
Il patrimonio naturalistico riguarda anche molte piante spontanee eduli. Oltre alla conosciutissima cicoria comune, (Cichorium intybus), che rinverdisce dopo la prima pioggia agostana, si possono raccogliere i germogli di borragine (Borrago officinalis) per gustose insalate, la rapa selvatica (Brassica rapa sylvestris), la piantaggine (Plantago minor) e i turioni di asparago selvatico, un'autentica leccornia.
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